AMBROGINO D’ORO

STELLA D'ORO CONI

Vita del Club

Ventisette, giorno di paga- #01

Inserito da Franz Rossi il 28/01/2007 alle 18:34 nella sezione storie

La prospettiva del corridore

Senza scomodare i filosofi che vogliono che la semplice osservazione di un evento comporti un’interazione con l’evento stesso, è nell’esperienza comune che ogni realtà è percepita in modo diverso a seconda di chi la osserva o la vive.
Per noi che corriamo la vita appare completamente diversa. Migliore? Peggiore? Provate a seguirmi per qualche capoverso…

L’idea mi è venuta qualche giorno fa, quando un’amica mi raccontava che, di ritorno da un cross è rimasta bloccata in autostrada per un incidente occorso qualche minuto prima. Il problema era che quella sera doveva andare alla Scala ad assistere ad un balletto e il ritardo stava mettendo in forse l’arrivo a teatro. Il giorno dopo le ho chiesto com’era andata e lapidariamente mi ha risposto: “Sono arrivata a casa alle 18.45, mi sono tolta il fango con una pezza bagnata e alle 19 era di nuovo in strada. Il balletto è stato bellissimo!”
Ora quale donna può andare nel tempio della lirica italiana senza aver dedicato almeno un paio d’ore alla preparazione? Beh, una podista! Un misto di senso pratico, abitudine al controllo del tempo, e una dose inesauribile di volontà di riuscire.

Un altro esempio che mi tocca da vicino. Da inizio novembre sono fermo a causa di un’ernia al disco. La cosa si è presentata come una lombo-sciatalgia con una spiccata discopatia al disco tra la L5 e la S1 (so che scrivo geroglifici, ma so anche che chi ci è passato sa di cosa parlo). I medici aspettano di vedere se consigliarmi l’operazione o se l’ernia non peggiora e il dolore passa. Nel frattempo mi hanno impedito di correre.
Dal mio punto di vista, dalla mia prospettiva, la preoccupazione non è il dolore (siamo tutti abituati ad una minima dose di dolore in maratona), non è l’autocommiserazione per il mio status di “malato” (propria di alcuni malati e di tutti gli ipocondriaci), non è la paura dell’operazione o la volontà di evitarla. Io sono focalizzato alla ripresa dell’attività sportiva. E questo mi permette di andare avanti, mettendo tutte le cose che ho citato al loro posto, accettando la cura (e anche lo stop forzato è parte di questa), obbligandomi a reagire.
E’ il mio “essere” podista che ha plasmato il carattere in questo modo.

Concludo con un tema lieve, che però esemplifica bene come attraverso gli occhi di un podista la realtà venga distorta.
Andate a pranzo con un corridore. Mangerà probabilmente molto di più di quello che, giudicandolo dall’aspetto fisico, vi potreste aspettare; mangerà meglio, con una maggiore attenzione alla qualità del cibo. E soprattutto si esprimerà in modo assolutamente particolare, misurando le porzioni di dolce in ore di lungo lento e il piatto di pasta in carico di carboidrati.
Tendenzialmente sarà un piacevole commensale, pronto a “spazzolare” il proprio piatto e magari a fare a metà con voi di un’altra pizza…

Per giungere alla conclusione, correre ci cambia la vita, ma cambia anche il modo in cui noi percepiamo la nostra esistenza. E abitualmente lo cambia in meglio.
Sicuramente ci sono motivi chimico-fisiologici, penso ad esempio alle endorfine in circolo, ma credo che in primo luogo il miglioramento stia nella nostra testa, nell’ottimismo che diventa un atteggiamento abituale, nella prospettiva migliore da cui – noi che corriamo – affrontiamo gli ostacoli.
Franz

Ventisette, giorno di paga – #02

Inserito da Franz Rossi il 26/02/2007 alle 21:24 nella sezione storie

La corsa etica

Stamattina in metropolitana ho carpito sprazzi di conversazioni tra due – almeno a giudicare dagli abiti – professionisti. Decisamente di bell′aspetto, curati nei modi ed educati nel parlare, età over 40 ma mitigata dalla buona forma fisica.
Lui spiegava a lei la “logica del portoghese”. Sosteneva che considerando il numero di viaggi che si potevano fare senza biglietto prima di essere colti in flagrante dai controllori e moltiplicando questo numero per il costo del biglietto si otteneva una cifra inferiore alla multa. Quindi era meglio viaggiare senza pagare.
E′ la stessa logica del condono fiscale: meglio non pagare e attendere il condono che sana tutto. Però – dico io – si sposta il cuore del problema: viaggiare senza biglietto o non pagare le tasse non è moralmente accettabile. Magari sarà conveniente, ma non è accettabile.
Il mondo d′oggi ci propone troppi esempi di confusione tra valore economico e valore morale. E nella corsa, piccolo mondo che rispecchia tutti i fenomeni del mondo moderno, vige la stessa confusione.

Siamo tutti d′accordo che chi taglia un percorso si comporta in modo immorale ed inaccettabile.
Ma la stessa chiarezza nel giudicare viene poi mitigata.
Negli Stati Uniti è nata una polemica a causa di un gruppo di marcia/corridori che facevano le maratone per raccogliere fondi per la lotta contro una malattia. Scopo benefico che attirava molti volontari. Poi il “guru” di questa organizzazione prometteva loro di arrivare in fondo. Di finire una maratona (e sappiamo quanto questo può motivare). E per raggiungere l′obbiettivo tagliava tratti del percorso. Alla fine si era giustificato con un “non facciamo del male a nessuno, anzi raccogliamo fondi”.

Volete un esempio di casa nostra? Allora che dite di un atleta che correndo con il pettorale ed il chip di un amico vince al suo posto un premio di categoria? Inaccettabile!
Ma se la stessa cosa la fa per “fare” il tempo per la qualificazione alla maratona di Boston o New York?

Il doping è la piaga moderna dello sport. Lotta agli atleti dopati.
E i tanti tra noi che prendono gli aminoacidi ramificati prima di un cross, o le pillole di caffeina che stimolano prima della gara? (e chiudiamo gli occhi sui tanti scemi che passano a “bombe” ben più pericolose). Alla base non c′è lo stesso assioma per cui per raggiungere il risultato vale tutto?

Io credo che dobbiamo iniziare dalle basi. Dobbiamo per primi accettare di porci regole morali che aiutino a tenere pulito il nostro piccolo mondo delle corse amatoriali.
E′ necessario più rigore. Regole chiare e nessun timore di denunciare chi le infrange.

Torniamo all′esempio dell′evasore fiscale. Ci rendiamo conto che proteggere chi non paga le tasse tocca direttamente i nostri protafogli?
Allo stesso modo. Coprire chi in gara si comporta in modo non corretto contribuisce in modo immediato a inquinare l′ambiente del podismo. E se non ci badiamo noi, chi se ne occuperà?
Franz

Ventisette, giorno di paga – #3

Inserito da Franz Rossi  il 26/03/2007 alle 23:20 nella sezione storie

La maratona, farla o correrla?

Treviso, 25 marzo. Ho terminato la mia maratona.
Beh, ci sono volute 4 ore e 45 minuti. Molto di più di quello cui sono abituato. Molto di più di quello che – nel mio modo di pensare – significhi correre una maratona.

Venivo da un infortunio che mi aveva fermato per cinque mesi. E in questi cinque mesi avevo messo le scarpette solo tre volte, tutte nell’ultima settimana.
Troppo poco per correre una maratona.
Troppo poco, forse, anche solo per pensare di schierarsi alla partenza.

Ma Treviso per me ha un significato particolare: è la terra da cui vengo; è a mio giudizio una delle più belle maratone italiane; è una maratona che (molto più di tutte le altre) si corre tra la gente.
Inoltre era la quarta edizione e avevo corso le altre tre. Tra qualche decina di Treviso Marathon, magari, avrei rimpianto questa mancata partecipazione.

Ma il dubbio che mi tormentava, in quei primi chilometri in cui sapevo che avrei terminato camminando, era: E’ giusto partecipare così ad una maratona? Non sarebbe meglio distinguere tra il “fare” ed il “correre” una maratona?.
Nel mezzo del gruppo lento del popolo delle maratone, tra coloro che terminano dignitosamente oltre le 4:30, ho visto gente correre, lentamente, ma correre verso il traguardo.
Ho visto gente che “faceva” la maratona, interpretandola con spirito goliardico. C’erano tre alpini, che correvano con pantaloncini e maglietta, e il cappello con la penna in testa, fermandosi ad ogni osteria, in cui venivano accolti con grida di giubilo e con grandi bicchieri di vino.

E’ sport questo? No, di certo.
E’ maratona questa? Decisamente sì.

Una maratona diversa. Una maratona che non parla la lingua di Baldini, non è fatta di minuti al chilometro, non si nutre di interval training, ma condivide la stessa sofferenza, diluita in molte più ore.
Una maratona che – per chi la corre – è una metafora della vita. Una rappresentazione della battaglia quotidiana per battere sè stessi. Andare oltre alle prove che la vita ci propone.

Ecco, correre la maratona è un po’ lo scopo di chi si allena e si prepara.
Fare la maratona è una sfida che ci si pone. Con l’unico scopo di arrivare in fondo.
Stessa strada da percorrere, ma motivazioni diverse.
Franz

Ventisette, giorno di paga – #4

Inserito da Franz Rossi il 27/04/2007 alle 11:10 nella sezione storie

Una passione rosso tartan

Ho iniziato a correre come attività complementare: da ragazzo a scuola per riscaldamento prima delle partite di pallacanestro o pallavolo, nei lunghi pomeriggi invernali per fare fiato e gambe in vista della stagione estiva di canottaggio, come disciplina necessaria nella mia breve stagione del triathlon, per mantenere un minimo la forma negli anni tra l′università e il lavoro.
Poi è scattato qualcosa e la corsa si è trasformata da complemento a punto focale: ho iniziato a correre nei boschi intorno a Trieste (dove abitavo all′epoca) per il gusto di correre.
Infine, giunto a Milano e giunto alla soglia del 40esimo compleanno, la corsa si è trasformata in un rimedio contro la maturità che sentivo incombente, nel tentativo di dimostrare che – nonostante il passare degli anni – restavo in grado di raggiungere dei risultati fisici. E da lì alla prima maratona il passo è stato breve.

Tutto questo lungo preambolo per dire che la pista non l′avevo mai considerata, se non quando ammiravo le gesta degli atleti alla televisione.
Con l′adesione al Road e con la necessità di inserire negli allenamenti delle ripetute brevi, ho iniziato a frequentare il campo XXV Aprile, scoprendo subito come l′ambiente della pista fosse particolarmente confortante per me.
A ben pensarci non è strano per nulla. La pista è il tipico posto dove i monomaniaci della scarpetta possono sentirsi a loro agio. Anche, in trasferta in qualche altra città, magari fuori Italia, i gesti sono gli stessi: lo stretching nell′area del salto in alto, i brevi scatti di riscaldamento ancora con i pantaloni della tuta addosso, le chiacchiere a bordo pista spiando i passi lunghi di qualche giovane promessa, le magliette che spariscono per anticipare l′estate nelle pause pranzo.

Un mondo a sè, ma estremamente confortevole. L′unico posto dove non ti guardano come un marziano se misuri la velocità in tempo/spazio e non in chilometri all′ora. E se chiedi consigli sull′infiammazione della bandelletta ilio-tibiale sanno di cosa stai parlando.
Un mondo estremamente confortevole per i praticanti della corsa, eppure vissuto con sospetto quando non con fastidio da una larghissima maggioranza dei podisti di oggi.
L′analisi delle ragioni è presto fatta: oggi come mai in passato si corre in uno sforzo individuale. Si corre contro sè stessi, per raggiungere degli obbiettivi. Quindi il confronto con gli altri è poco interessante, se non nella misura in cui possono dare consigli sull′ultimo modello di scarpette. E la distanza su cui ci si confronta è la maratona, per cui l′anello di 400 metri da ripetere innumerevoli volte è vissuto come alienante, quasi fosse la ruota in cui i criceti sfogano la loro vitalità nelle gabbie dei negozi di animali.

Ma se si riuscisse a venire al campo senza pregiudizi, si scoprirebbe un universo estremamente ricco e generoso.
In pista si impara a correre, impostando le andature e non trascinando i piedi. In pista si impara ad essere veloci; con la testa prima che con le gambe. In pista si impara la tattica di gara, a confrontarsi con amici trasformati in avversari per la durata di una competizione.

E si scoprirebbe una dimensione diversa della corsa: la sfida a perdifiato.
Noi che siamo corridori di endurance non conosciamo la sensazione del cuore in gola, della vista annebbiata, dell′allungare le braccia all′indietro per tagliare con il petto il filo di lana invece che portare la mano al polso per fermare il cronometro.
Piccole fondamentali differenze che ancora oggi tengono lontani molti runners dall′anello di 400 metri.

Allora finisco con un invito a provare, magari per la Tuttinpista della prossima settimana: venite al campo, provate ad indossare un pettorale e a gareggiare (anche sulle distanze più lunghe come i 10mila metri) alternandosi al comando o correndo coperti dal gruppo.
Provate a vivere una volta l′emozione della campana dell′ultimo giro e della volata dopo l′ultima curva: sarà amore a prima vista. Una passione rosso tartan che non vi lascerà più.
Franz

Ventisette, giorno di paga #05

Inserito da Paola Pignatelli il 25/05/2007 alle 16:26 nella sezione storie

Una questione di buona educazione

Il mese scorso, reduce da una mattinata sulla strada a fare servizio d′ordine per la Stramilano, ero tornata a casa distrutta. Tenere a freno automobilisti isterici e gente che ti insulta perché “sei uno di loro” (cioè di quelli che corrono) non è cosa facile.
Erano seguiti i soliti commenti con gli amici, le considerazioni sullo scarso spirito sportivo dei milanesi, e via dicendo.
Il giorno dopo, mia figlia (17 anni) torna da scuola raccontando che la Stramilano è stata al centro della conversazione con i suoi compagni di classe. I quali – cloni perfetti dei genitori – se la sono presa con i “deficienti che corrono e intasano le strade” e che “non hanno niente di meglio da fare la domenica mattina”.
E lei, mia figlia, sangue del mio sangue, piume delle mie piume, confessa candidamente di essersi ben guardata dal rivelare che la madre faceva parte del plotone dei “deficienti”. “Sei matta? – mi dice -.
Poi mi avrebbero preso in giro per giorni e giorni…”.

Ebbene, se questi sono gli adulti di domani, viene davvero da chiedersi se Milano sarà mai una città dove lo sport può avere una sua dignità.
Dove in occasione delle grandi manifestazioni, si assiste a una mobilitazione generale.
Dove la gente applaude invece di fischiare.
Normale, invece, che una gara nazionale di atletica venga annullata per lasciare il posto a un concerto di musica leggera. Normale che gli amatori in possesso di tessera piste (regolarmente acquistata) da aprile a giugno trovino ogni weekend i campi chiusi a causa delle kermesse scolastiche.

E a proposito delle kermesse scolastiche: sarebbero una gran bella cosa, se fossero la conclusione di una stagione di “avvicinamento allo sport”.
Ma si riducono a essere una sorta di gita di classe, in cui i ragazzini si arrabattano a sperimentare attività desuete. Con il rischio pure di infortunarsi.
Alla fine dell′anno, il professore di educazione fisica decide chi farà che cosa in base all′altezza, alla muscolatura, all′agilità.
Il più delle volte, senza mai essersi preso la briga di proporre qualche ora di attività su una pista.

Una situazione senza via d′uscita? Non è detto.
Per fare di Milano una città che ama lo sport, bisogna insegnare ad amarlo ai più giovani.
E allora perché una società numerosa e “influente” come il Road Runners Club non si prende l′onere di provarci?
Sì, è un vero onere.
Perché come al solito si fa presto a parlare, ma poi al momento di rimboccarsi le maniche si tirano tutti indietro.
Mi hanno raccontato che negli passati, quando io ero ancora una “bambina”, il Club aveva provato a mettere in piedi una squadra junior.
Poi era naufragato tutto perché mancavano uomini e mezzi.

Ma adesso siamo in tanti. Perché non ritentare?
E se i nostri ragazzi, a casa, fanno orecchie da mercante, perché non provare a proporre a qualche scuola media delle ore di “attività guidata” in pista?
In fondo i ginecologi entrano in classe per i programmi di educazione sessuale, e qualche risultato lo hanno ottenuto.
Inutile lamentarsi che a Milano vince sempre il partito degli automobilisti, quando c′è qualche gara importante.
Inutile piangersi addosso e minacciare di boicottare la maratona. Se in ogni famiglia ci fosse un ragazzino entusiasta che obbliga i genitori a scendere in strada ad applaudire, fare il servizio d′ordine alla Stramilano sarebbe una passeggiata.

Pignatz

Ventisette, giorno di paga #06

Inserito da Franz Rossi  il 02/07/2007 alle 23:16 nella sezione storie

C’è lento e lento

I Campionati sono stato uno spettacolo maestoso: vedere tanta passione superare gli impicci dell’età non è cosa da poco.
Una breve visione sull’elisir di giovinezza!

Ma ci sono stati due atteggiamenti contrastanti a fronte di situazioni apparentemente simili.
Prendiamo una gara come quella dei 2000 siepi: donne e uomini over60 uniti nell’improbo sforzo di percorrere alla massima velocità 2000 metri interrotti dalle siepi e dalla riviera, una fossa profonda un po’ più di un metro e piena d’acqua.
Mentre le ragazze con un agile balzo saltavano la siepe, alcuni degli atleti, i più anziani, superavano l’ostacolo sedendosi sopra e poi portando lentamente le gambe dall’altra parte. Alla riviera, poi, la cosa era resa più complicata dall’acqua e i master si facevano scivolare nella fossa dove si immergevano fino al bacino per poi uscirne dall’altra parte.

Mentre li osservavo, paragonandoli ai più veloci MM45 o ad atleti come Hubert Indra in grado anche a 50 anni di saltare con l’asta 4 metri, provavo un misto di sentimenti forse un po’ di compassione, forse un po’ di paura vedendo cosa ci aspetta, ma soprattutto una grande ammirazione per chi accetta ancora di mettersi alla prova e non su una gara relativamente “adatta” come il getto del peso ma su una prova tosta come questa.
E mi chiedevo: cosa li spinge? per chi lo fanno?
Secondo me, il primo vero motivo è che sono abituati alla sfida; non possono pensare alla vita se non in termini di mettersi alla prova.

Avevo tutto il tempo di fare queste considerazioni mentre attendevamo che l’ultimo degli atleti tagliasse il traguardo, quasi 10 minuti dopo gli altri.
E similmente attendevamo durante un 10.000 che l’ultimo atleta (si trattava di MM40) tagliasse il traguardo ben 15 minuti dopo gli altri pari età.
Ma questa volta le considerazioni erano diverse.
Partecipare ad una gara di livello nazionale quando si è evidentemente fuori forma, approfittando del fatto che non ci siano tempi minimi di ammissione non è corretto.
E’ una forma di mancanza di rispetto nei confronti di chi con grande sforzo e con lunga preparazione raggiunge magari lo stesso risultato, ma con 15-20 anni in più.

Franz

Ventisette, giorno di paga #07

Inserito da Franz Rosssi il 27/07/2007 alle 08:35 nella sezione storie

Perché corriamo?

Il titolo l’ho preso a prestito da un godibilissimo libretto scritto da un mio concittadino, Roberto Weber (Einaudi, 8 euro), meglio noto come creatore della società di sondaggi SWG che come autore. Libretto che consiglio a tutti!
Ma il tema è caro a chiunque nella sua vita ha indossato un paio di scarpette.
E proprio alle scarpette si ferma l’elenco delle cose che hanno in comune i corridori.

Se ci pensate bene tutto il resto è diverso:
– i luoghi dell’allenamento, la pista, la strada, la montagna;
– le tabelle di allenamento, che a volte neppure ci sono, ma che poi variano dai ritmi forsennati e dal maniacale uso del cronometro alla sensazione di affaticamento;
– i materiali, da chi corre in scarpette, maglietta presa in qualche tapasciata e pantaloncini di cotone, ai superacessoriati con canotta tecnica e rilevatore satellitare di posizione;
– i coach (e i compagni di allenamento), anche qui spaziamo dai lupi solitari ai grupponi con ritrovi fissi;
– infine lo stile di corsa, c’è chi trascina i piedi e chi allunga la falcata, c’è chi sbuffa e “pompa” con le braccia e chi corre scuotendo la testa a ritmo di i-pod.

A volte mi domando persino SE abbiamo tutti qualcosa in comune.
E questa domanda ci riporta al tema principale Perché corriamo?
Abbiamo iniziato a correre per motivi diversi, per perdere peso o perché lo facevano gli amici, per emulare un grande campione o su prescrizione medica, per sfogare eccessi di energia e stress o per sconfiggere il tempo e l’età.
Di nuovo mille motivi diversi. Ma la domanda chiave è perché continuiamo a correre.
Cos’è questo tarlo che, se salti la tua solita uscita, inizia a tormentarti e ti fa andare storta la giornata?
Gli scienziati parlano di endorfine e gli psicologi chiamano in causa il senso di controllo su se stessi che la corsa regala. Però forse c’è qualcosa in più…
Weber, nel suo libro, fa risalire la scintilla della passione per la corsa ad un attimo speciale, un momento di sospensione spazio-temporale che accade raramente, ma con regolarità.
Potremmo chiamarla la corsa perfetta.

Sarà certamente capitato anche a voi.
Nel mezzo di un allenamento, oppure durante una gara, o magari in una giornata qualsiasi, avete sentito le gambe girare in modo sciolto sincronizzate con il respiro e al ritmo del vostro cuore.
Un attimo perfetto.
E quello che vi circonda si cristalizza e sfuoca in secondo piano, mentre rimanete voi da soli al centro del movimento.
Non è statico, ma vitale. Non è voluto, ma inconscio. Non è ripetibile, ma avete la certezza che accadrà di nuovo.
Ecco, io credo che noi corriamo per riprovare quella sensazione.
L’anelito alla perfezione.

E il bello è che succede a tutti. E tutti serbiamo il ricordo preciso di almeno un’occasione.
A me è successo un giorno di gennaio. C’era la neve in Montagnetta. Era un giorno di festa e, nonostante non fosse prestissimo (c’era già la luce) ero praticamente solo.
Stavo spingendo in salita sui tornanti asfaltati, ero concentrato sullo sforzo, ma le gambe rispondevano bene e il cuore, per quanto impegnato, irrorava d’ossigeno i quadricipiti.
Poi, nel silenzio del mattino, ho sentito un picchio martellare un tronco e girando la testa per cercare la fonte di quel rumore ho “visto” tutta la scena dall’esterno.
Io che correvo, il mio fiato che si faceva nuvola, il sole che entrava di squincio tra gli alberi, le foglie gialle a terra e il mio cuore rosso che batteva facendo l’eco al picchio.

Ancora adesso, in questa calda serata di luglio, il semplice descrivere quel momento mi ha fatto ritornare fisico il ricordo.
Ecco perché corro. Per vivere momenti come questi. Polaroid di attimi perfetti di felicità pura.

Franz

Ventisette, giorno di paga #08

Inserito da Franz Rossi il 29/08/2007 alle 15:58 nella sezione storie


Agosto è mese di ferie e la paga arriva anche se non abbiamo lavorato.
Esattamente come nelle prime gare autunnali, dove la paga la prendiamo se NON abbiamo lavorato in estate.

Ma agosto è anche il mese della grande atletica e così in questi giorni a metà tra ferie e rientro, siamo tutti con gli occhi ad oriente, in direzione di Osaka dove si tengono i Mondiali di Atletica.
Mi astengo da giudizi tecnici (non sono certo in grado di darli) o da commenti sulle velleità della squadra italiana (anche qui i commenti si sprecheranno).
Volevo però attirare la vostra attenzione su due particolari che mi hanno affascinato.

Il mondo ruota intorno all’Africa. Non certo da un punto di vista economico, ma certamente sono gli atleti africani che impongono la loro legge.
In questi mondiali ho notato come le grandi squadre si siano orientate su specialità diverse, quasi a dividersi il medagliere in base alle specializzazioni.
Così abbandonato il fondo e il mezzofondo all’egemonia africana, gli americani si sono dedicati alla velocità pura, i russi (specialmente le russe) si sono concentrati sui salti, e gli altri europei sono spariti.
Alcune squadre mancano in modo clamoroso: la Germania, la Francia e ahinoi anche l’Italia.
Non c’è che dire, la strada da fare è davvero tanta prima di arrivare con un’Europa competitiva a Pechino.
E a questo proposito, avete notato come i cinesi stiano lavorando per far emergere i loro atleti?
I lanci femminili hanno visto delle squadre cinesi compatte, ma ci scometterei che in patria ci sono dei ragazzi di 15-16 anni che già stanno lavorando per il 2008.

Della netta supremazia delle qualificazioni. Mi sono reso conto di quanto più belle siano le qualificazioni rispetto alle finali.
Certo magari non si vedono le due grandi stelle una contro l’altra, certo il tuffo sul filo di lana si vede solo per il gruppo che cerca di guadagnarsi il ripescaggio.
Ma la gara tattica ha molto più spessore, gli atleti devono gestirsi molto di più che in finale, la competizione scorre a livelli molto più profondi che nell’ultima gara.
Pensate solo agli 800 femminili.
Tre serie. Passano due atlete per serie e i due migliori tempi assoluti.
Nella prima, corre la nostra Cusma. Chiude quarta in 1’58″63 (suo personale) ad un centesimo dalla terza.
Tempo di tutto rispetto e, anche a sentire il commento di Rondelli, più che degno di garantire la finale.
La seconda serie va via piatta, prima e seconda davanti serenamente, le altre dietro lente. La Cusma è ancora in finale.
La terza serie vede alcune grandi a confronto. Tra tutte citiamo la Mutola (che poi si infortunerà nel rettilineo della finale) con anni di esperienza alle spalle.
Partono e da subito si aiutano per fare un tempo tale da garantire l’accesso alla finale non solo alle prime due, ma anche alla terza e alla quarta.
Le tre favorite chiudono ai primi tre posti. La quarta, trainata dal gruppo, è la slovena Langerholc che in un colpo solo fa il personale ed entra in finale dove arriverà quinta.
La nostra è fuori, consapevole di aver fatto una gran bella gara e di aver avuto un pizzico di sfortuna.
Le qualificazioni stanno alle finali come gli scacchi stanno alla dama.

Buone tele-visioni!
Franz

Ventisette, giorno di paga #09

Inserito da Franz Rossi il 26/09/2007 alle 18:13 nella sezione storie

Road Runners Club S.p.A.?

Nel mondo podistico di oggi, iscriversi ad una società è obbligatorio.
E′ la Federazione che lo impone. Da regolamento le maratone e le mezze maratone non dovrebbero (il condizionale ahimé è d′obbligo) accettare persone senza tessera Fidal.
E la Fidal non emette tessere a singoli privati, ma chiede alle società che lo facciano per conto suo, in modo da delegare le funzioni più capillari e noiose: la raccolta del denaro e il controllo dei certificati medici.

A questo punto il podista che vuole provare ad indossare un pettorale deve tesserarsi alla Fidal attraverso qualche società.
Come ogni imposizione (specialmente se gravata da costi) non risulta gradita e il podista si sente in qualche modo in diritto di pretendere servizi da chi ti sta estorcendo dei soldi.

D′altro canto, le società sportive, trasformate in esattori, vivono tutto ciò come un pesante fardello.
Devono organizzare turni di presenza in Segreteria, devono contattare una o due volte la settimana la Fidal, devono controllare tutte le gare del panorama nazionale per verificare che qualche socio non abbia corso senza tessera o certificato.
E il nuovo socio rischia di diventare un grattacapo invece che un amico con cui condividere la corsa.
Questo meccanismo si accentua nelle società grandi e diventa una bomba innescata nelle società come il Road che ha il secondo più alto numero di iscritti d′Italia.

Qualcuno potrebbe obiettare che alla fine sono sempre soldi che entrano in cassa e di cui beneficiamo proporzionalmente tutti.
Anzi molti soci, molti soldi, molti benefici.
Ma al di là che quello che resta alla società è davvero poco, il vero problema è che si mina alla base il rapporto socio/società.
Nelle società commerciali a scopo di lucro il partecipare è in funzione ai guadagni: entro in società per ottenere denaro o benefici.
Nelle società non a fine di lucro, invece, lo scopo per cui si partecipa è condividere delle attività o offrire del tempo o delle risorse per realizzare uno scopo (soliamente benefico) condiviso da tutti.
Capite quindi come i due atteggiamenti siano opposti, chi si appresta ad entrare nel Road seguendo solamente la necessità, pensa ad una società del primo tipo, al Road Runner Club SpA. Chi invece arriva presentato da un amico o perchè ci ha incontrato nel suo percorso di crescita podistica cerca amici e consigli, insomma pone l′accento sulla parola Club.

Cosa dobbiamo fare?
Chiudere le porte e mantenere un ristretto numero di amici?
Oppure al contrario, sfruttare tutti coloro che entrano nel Club (e più sono meglio è) per mungerli al massimo?

Come capite la questione è seria.
Io penso che quello che il Road dovrebbe fare è lasciare la porta aperta a tutti coloro che vogliono entrare, siano spinti dalla necessità della tessera o da altre motivazioni.
Ma contemporaneamente bisogna proporre ai nuovi arrivati un ambiente amichevole, un calendario di eventi aggreganti, che abbiano lo scopo di farci conoscere tra soci, dei punti di ritrovo (in sede o negli allenamenti e in gara).
Allargare la nostra mente. Aprirci a nuovi stimoli e a nuove idee. Non fossilizzarci nelle abitudini.
E partecipare il più possibile alla vita sociale.

Il Road Runners Club è un piccolo paese (700 anime), abbiamo un sindaco e un consiglio comunale, abbiamo anche il parroco, il farmacista e la sagra del santo patrono. Abbiamo persino il giornale locale.
La gente ci abita, magari si fa vedere una volta all′anno per pagare il tributo, ma poi la si incrocia per strada alle gare, la si riconosce dalla maglietta. E ci sono passaggi obbligati: la Stramilano, la Maratona.
In un paese ci si conosce tutti, almeno di viso, al Road è ancora difficile.
Credo che dobbiamo tutti concentrarci su questo aspetto: creiamo contatti, pubblichiamo le nostre foto sul web e poi riconosciamoci nelle gare; presentiamoci quando incrociamo un socio con la maglia Road, anche se non lo abbiamo mai visto.
Organizziamo una piccola proloco che catalizzi gli interessi di tutti e li presenti al consiglio.

Proviamo a fare una piccola rivoluzione dal basso, le iniziative sono molte: mi viene in mente la bellissima staffetta organizzata dal SegrElio oppure l’Adotta una gara in cui chiunque poteva proporsi per gestire la partecipazione ad una manifestazione.
Si tratta solo di mettere in moto il meccanismo, il Road Runners Club è lì che aspetta da noi la benzina per avanzare.

Franz

P.S. non me ne voglia il Capitan Ale se ho rubato il suo titolo. Il tema era troppo interessante per non essere discusso…

Ventisette, giorno di paga #10

Inserito da Franz Rossi il 30/10/2007 alle 15:08 nella sezione storie

La maratona di Treviso, il Codice Etico e gli sponsor

Stamattina ho ricevuto un comunicato stampa della Maratona di Treviso.
In esso si afferma che l’organizzazione della Maratona di Treviso ha deciso di far sottoscrivere a tutti i suoi membri un Codice Etico.
Citando il comunicato: La Treviso Marathon crede in una visione pura e disinteressata dello sport, nella possibilità di recuperare i valori originari connessi alla pratica sportiva. Proprio per questo, ha deciso di adottare un Codice Etico, una carta dei diritti, dei doveri e delle responsabilità che riguardano tutti coloro che hanno un ruolo all′interno della sua organizzazione: i dirigenti, i collaboratori, ma anche le associazioni di volontariato e le società sportive impegnate per la riuscita dell′evento.
E ancora: Il Codice Etico adottato dalla Treviso Marathon determina le regole di comportamento che, ad ogni livello, devono disciplinare l′operato di quanti operano all′interno della struttura organizzativa. Vieta di svolgere attività che possano ledere l′immagine e gli interessi della maratona, con particolare riferimento all′utilizzo delle strutture e dei beni di proprietà dell′azienda. E specifica i principi di lealtà e correttezza a cui la maratona di Treviso si ispirerà nella gestione della propria attività e nei rapporti con l′esterno.
Insomma un sferzata di deontologia, il tentativo di impostare ed accettare delle regole e di attenersi a quelle…

Da un lato mi è venuto da chiedermi se è necessario fare un comunicato stampa su una cosa tanto ovvia.
Dall’altro ho apprezzato questo unilaterale sforzo da parte di un’organizzazione (forse la più innovativa ed efficace tra gli organizzatori di maratone) di moralizzare un ambiente.
Ma cosa temevano? Probabilmente solo il malvezzo di qualcuno che agisse a nome della Maratona di Treviso ma per interessi personali.
Sappiamo che – soprattutto in una maratona che per anni non ha chiesto la tassa d’iscrizione ai partecipanti – il ruolo degli sponsor è fondamentale.
Ma è un ruolo pulito e pubblico. E l’Organizzatore si pone come mediatore di due interessi che si incontrano: da un lato un marchio sportivo che vuole lanciare o affermare il suo prodotto, dall’altro una comunità di podisti che vuole praticare la sua passione al minor costo possibile.

Naturalmente il pensiero è corso al Road che spesso ha fatto delle battaglie di principio il suo vessillo.
Non accettiamo sponsor, sapendo che da un lato possono esercitare indebite pressioni sull’attività del Club, e dall’altro che possono offuscare con la loro forza il messaggio di amicizia e di fede nei valori sportivi che caratterizza la nostra associazione.
Però l’esempio della Maratona di Treviso è un buon punto di partenza: è un esempio di qualcosa di innovativo.
Non si possono distruggere tutti i libri perchè su alcuni sono stampate delle idee sbagliate o criticabili: e l’oscurantista è sempre uscito sconfitto, si trattasse della chiesa ai tempi dell’Inquisizione o del dittatore.

Il Codice Etico è qualcosa che proclama dei valori, è un confine che separa ciò che va fatto e ciò che non va fatto.
E’ una chiara distinzione, basata sul vero contenuto delle azioni, non sul loro nome.
Credo sia un esempio che debba farci riflettere.

Franz

Ventisette, giorno di paga #11

Inserito da Franz Rossi  il 16/11/2007 alle 08:43 nella sezione storie

La maratona dalla transenna

“Ask not what your Country can do for you,
Ask what you can do for your Country”
(John Fitzgerald Kennedy)

“Non chiedetevi cosa il vostro Paese può fare per voi,
chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro Paese”
John Fitzgerald Kennedy – forse anche a causa della sua tragica fine – è stato uno dei presidenti più famosi ed amati della storia degli Stati Uniti d′America e la citazione che ho appena riportato è tratta da uno dei suoi discorsi.
Vorrei mutuare questa citazione (ringraziando un amico podista, Giorgio Pogliano detto Il Vate, per avermi dato questo spunto) ad uso e consumo della Maratona di Milano che tra qualche giorno celebrerà la sua ottava edizione.

La Milano City Marathon, dunque. Roboante e pretenziosa come tutte le cose che vengono organizzate qui a Milano ma – almeno per le precedenti edizioni – debole nella realizzazione pratica. Un gigante con i piedi di argilla: negli anni i maratoneti che l′hanno corsa hanno dovuto sperimentare sulla propria pelle molte pecche organizzative e un′accoglienza freddissima quando non ostile da parte della cittadinanza che si vedeva le strade occupate dai podisti.
Bisogna dare atto agli organizzatori (che sono cambiati quasi ogni anno) di aver tentato varie strade e di aver perfezionato i complessi meccanismi nel corso degli anni.
L′edizione 2007 si presenta con alcuni punti decisamente a favore: il nuovo percorso più bello, l′Arena come fulcro della manifestazione (con deposito borse e docce calde) e finalmente il tentativo di coinvolgere gruppi musicali per intrattenere corridori e spettatori e trasformare la maratona in una festa cittadina come avviene per tutte le grandi manifestazioni internazionali.

E qui torniamo alla citazione iniziale per provare a rovesciare l′approccio critico che molti atleti hanno con la maratona ambrosiana.
Proviamo dunque a non chiedere cosa la maratona di Milano deve fare per noi, ma a chiederci su cosa possiamo fare noi per questa manifestazione.
La maratona a Milano è qualcosa che la città e la Federazione deve al popolo delle lunghe lombardo. Siamo la regione italiana con più iscritti alla Fidal. Ogni domenica le strade di tutta l′Italia del Nord si trasformano in percorsi per i podisti dalle non competitive alle distanze classiche.
Ma è anche chiaro come Milano soffra questa invasione: un po′ è dovuto all′atteggiamento sempre “battagliero” ed ipercritico che caratterizza noi milanesi, un po′ è dovuto al fatto che la maratona ingessa per oltre sei ore le vie del centro ed in cambio non offre granchè, solo una processione di persone di tutte le età che sbuffando e sudando raggiungono un loro traguardo personale.
Agli occhi di uno spettatore esterno credo si tratti soprattutto di una visione negativa e scarsamente comprensibile. E qualche “ma va a correre a casa tua” o “ma resta a guardare la tv” probabilmente si comprende bene se si osserva un maratoneta senza sapere che quell′incrocio è il trentesimo chilometro e che il 45enne in mutande e canottiera è già tre ore che sta correndo.

Quindi cosa possiamo fare per il nostro sport e per la Milano Marathon in particolare?
Io avrei due proposte con lo stesso obbiettivo.
La prima, per i giorni che vanno da qui al due dicembre, è quella di parlare a tutti gli amici e i conoscenti della maratona. Trasmettere entusiasmo. Trasmettere conoscenza. Coinvolgere le persone. Spiegare cosa succede. Noi soci Road siamo oltre 650 se ogni giorno parliamo a tre persone, nei 15 giorni che mancano alla gara avremo “contattato” quasi 30 mila persone (650 x 3 x 15 = 29.250).
La seconda, per il giorno della maratona, è quella di essere attivi e aperti. Se corriamo la maratona ricordiamo di coinvolgere le persone intorno a noi. Indossiamo il nostro miglior sorriso, chiediamo un applauso o un “high five” e ringraziamo quando l′otteniamo. Se non corriamo la maratona scendiamo in strada e organizziamo degli happening: facciamo il tifo ai maratoneti e coinvolgiamo i passanti nel tifo, raccontiamo a chi sta aspettando di attraversare la strada cosa succede, narriamo le storie dei maratoneti che passano, spieghiamo cosa sono i pacemakers, magari formiamo dei gruppi e portiamo la musica in strada, usiamo le nacchere, i campanacci, facciamo festa. Si può fare il tifo anche fuori dallo stadio.

So che alcuni puristi storceranno il naso: la maratona è fatica e sofferenza.
Però non possiamo imporla agli ignari spettatori e più ci si allontana dal traguardo delle tre ore più la maratona è un′esperienza di vita, una festa che si vuole vivere. Allora perchè non condividerla?
Franz Rossi

Ventisette, giorno di paga #12

Inserito da Franz Rossi il 27/12/2007 alle 11:46 nella sezione storie

Signori, si cambia

Se vado indietro con il pensiero a questo 2007 che sta finendo, mi tornano in mente alcune immagini podistiche.
La corsa dei bambini, alla Xmas Family Run come al Festival dei diecimila e a molte altre manifestazioni organizzate dal Road.
Non è solo la gioia del vedere questi cuccioli divertirsi in un modo semplice e naturale, è la bellezza della loro corsa, fatta di accelerazioni e frenate, scarti improvvisi, è energia allo stato puro.
Se ci pensiamo bene – come diceva John the penguin Bingham, un famoso “profeta dei tapascioni” d’oltreoceano – abbiamo imparato quello che dobbiamo sapere da bambini, e la corsa è tra queste attività.
Da piccoli è il modo che viene naturale di muoversi. Sono in un posto e voglio andare in un altro, lo faccio il più velocemente possibile… correndo.
Se si osservano i bambini correre, non c’è bisogno di parole per capire la corsa.

Un’altra immagine di questo fantastico anno, in realtà è un collage di immagini, è una gara in pista all’interno dei Campionati Italiani Master che si sono svolti all’Arena.
C’era caldo (era luglio) e le gare si susseguivano senza posa.
Il mondo dei Master è uno spaccato variegato di questo mondo: persone di tutte le età e di tutti i livelli.
Alcuni atleti erano imbarazzanti da guardare: persone senza preparazione specifica che venivano a gareggiare dove non avevano avversari solo per prendere la medaglia.
Ma la maggioranza aveva il sacro fuoco di Olimpia negli occhi. La voglia di confrontarsi. L’orgoglio di non mollare.
Una grande lezione di sport e di vita. 

Ma forse l’immagine che più di tutte mi è rimasta impressa nella mia memoria è la gara di Oscar Pistorius al Golden Gala di Roma
Pistorius è un atleta privo di entrambe le gambe dal ginocchio in giù.
Corre su delle protesi moderne, che non scimmiottano i polpacci e piedi umani, ma sono state progettate per correre.
E Pistorius corre veloce, così veloce da chiedere ed ottenere di partecipare ai 400 mt con gli atleti “normodotati”, di staccarli, giungere secondo (se ricordo bene) e di conquistare il tempo per partecipare alle prossime Olimpiadi di Pechino.
Poi c’è stato il seguito di polemiche sul fatto che le protesi aiutano o meno l’atleta ed è di questi giorni la notizia che la Federazione ha deciso (a mio modestissimo parere giustamente) che Pistorius non gareggerà con i normodotati…
Ma la rivoluzione vera che è sfuggita a molti è stato lo slittamento del punto di vista.
In atletica, per la prima volta, non si parla più di un “povero/sfortunato ma coraggioso” atleta che nonostante tutto corre, ma di una macchina per correre dotata di leve più potenti di quelle di cui Madre Natura ci ha fornito.
Un atleta con le gambe e uno con le protesi non sono uguali, e solo la piaggeria del politically correct può impedire di dichiararlo.
Mi sembra quindi giusto e naturale che vi siano distinzioni tra i due atleti.
Ma non è più vero che il primo sia meglio dell’altro…
Magari lo sarà nel getto del peso, ma non nel mezzofondo; e di conseguenza finalmente il termine “diversamente abile” acquisisce un significato reale.

Di strada da fare ce n’è ancora moltissima.
Sia in termini di tecnologia che di allenamento e, soprattutto, di regolamenti.
Ma il passo avanti fatto quest’estate da Oscar Pistorius è il più significativo cambiamento di prospettiva legato all’handicap che accadeva da anni.
Dentro di me non posso che essere felice che anche questo mutamento della società civile abbia visto la luce nel mondo dello sport che più amo.

Franz Rossi

Ventisette, giorno di paga #01.08

Inserito da Franz Rossi il 29/01/2008 alle 21:08 nella sezione storie

Lo sport e la vita

Non dico certo niente di nuovo quando affermo che la pratica dello sport è palestra di vita.
Anzi, forse ricalco qualche luogo comune.
Ma proviamo per un attimo a fermarci ad analizzare questa affermazione.

Riflettiamo su noi stessi e sulle molteplici esperienze che hanno punteggiato e ancora oggi caratterizzano la nostra pratica sportiva.
C’è tra noi chi corre alla ricerca di sè stesso e chi corre verso gli altri, c’è chi fugge dallo stress di ogni giorno e chi cerca gratificazioni altrove negatogli.
Persone molto diverse e per le quali lo sport ha significati diversi.
Ma una cosa le accomuna: per tutti lo sport è qualcosa di più, qualcosa che va oltre il semplice esercizio ginnico.

E credo che questo aspetto psicologico e profondamente umano dello sport vada colto e sottolineato.
Gli antichi dicevano Mens sana in corpore sano e l’adagio è ancor più valido oggi, dove chi ha un buon rapporto con il proprio corpo, con la propria fisicità, ha una serenità di base sulla quale costruire la propria personalità.
Per questo è bene che i ragazzi facciano sport.
Per conoscere il proprio corpo e accettarlo con le sue potenzialità e i suoi limiti.
Per capire che il corpo può essere modellato dal lavoro continuo di ogni giorno.

Lo sport è dunque palestra di vita.
Ma è anche un modo di manifestare e formare le proprie caratteristiche psicologiche.
Giusto oggi riflettevo sulle profonde diversità di atteggiamento di un maratoneta e di un triatleta.
Entrambi hanno una profonda capacità di sopportare condizioni di stress fisico.
Ma l’approccio mentale alla gara mi sembra diverso.

Il maratoneta è capace di soffrire, di spingere il corpo ad un ritmo prefissato e tenerlo lì, senza accelerare ne’ rallentare per 42 km.
La mente è in controllo totale.
Nel caso del triatleta, invece, la gara è fatta di un continuo cambio di stimoli, tre dicipline con attrezzature che possono rompersi, con situazioni impreviste che si possono proporre durante le frazioni.
La dote principale sta nel sapervisi adattare.
E’ l’inno al pensiero trasversale, alla capacità di improvvisazione.
La mente contro la paura dell’ignoto.

Sbaglierò, ma per un viaggio attraverso l’America in camper preferirei un triatleta, per socio d’affari un maratoneta.
Franz

Ventisette, giorno di paga#02.08

Inserito da Ranz Rossi il 26/02/2008 alle 20:06 nella sezione storie

Febbraio, il mese del cross

Si sta concludendo il Campionato Brianzolo di corsa campestre.
Quest’anno il nostro Club ha partecipato con una squadra che, fin dalla prima gara, si è dimostrata numerosa e compatta.
Ma via via che le giornate passavano, lo spirito di gruppo si è rafforzato, un po’ per i risultati che stavano arrivando (terzi fin dall’inizio e all’inseguimento delle prime posizioni) sia soprattutto per il tono scanzonato con cui il Cross Country Team affrontava i sabati di gara.
Lo spirito di gruppo è stato il cemento che ha legato tutti i membri del Club, tanto che gli infortunati seguivano le trasferte, tanto che i commenti sul sito si moltiplicavano, tanto che ognuno parlava agli amici e il numero di atleti è andato crescendo di settimana in settimana.

Ma a ben rifletterci il collante vero è stato lo spirito del Road, quel sentirsi tutti un po’ coinvolti, quel mettere il risultato personale in secondo piano rispetto al risultato di gruppo, quel far precedere gli aspetti umani e di etica agli aspetti agonistici.
E’ per questo che a gareggiare vengono anche atleti il cui unico scopo è portare punti al Club.
E’ per questo che se qualcuno è fuori forma accetta di arrivare ultimo, sapendo che anche 10 punti sono preziosi.

Volete un’altra dimostrazione?
Domenica scorsa, con il TriRoad, eravamo a Pella per un Duathlon Sprint (guardate le foto in fototeca), 15 atleti di cui ben otto il sabato pomeriggio avevano corso il Cross.
E’ certamente controindicato se si vuole fare la prestazione, ma è eccezionale se si vuole essere orgogliosi di indossare i colori sociali.

C’è un nucleo forte che partecipa all’attività del Club, a prescindere dalle specialità, trasversalmente ad esse.
E’ un gruppo che corre le tapasciate, prova il cross, si cimenta in piscina, partecipa ai giovedì del road insomma è presente.
Non è una o più persone, è un gruppo non ben definito, ma che è facile riconoscere.
Ha uno spirito positivo che coinvolge e contagia.
Ha lo spirito Road.

Franz

P.S. Sabato prossimo, 1 marzo, siamo chiamati tutti quanti a presentarci al via dell’ultima prova del Brianzolo a Carate.
Il Road punta seriamente a conquistare il titolo, conscio di aver fatto correre sempre e solo soci del Club e tutti nel rispetto delle regole Fidal.
E’ un traguardo importante. E possiamo farcela, con l’aiuto di tutti.

Ventisette, giorno di paga #03.08

Inserito da Franz Rossi il 27/03/2008 alle 07:02 nella sezione storie

Le ragioni del cuore

Non so voi, ma io spesso mi pongo delle domande che sembrano di facile risposta, ma che in realtà – riflettendo – richiedono un po’ più di profondità.
Una domanda tipica in tal senso è perchè corriamo una maratona piuttosto che un’altra.

Insomma cosa ci spinge a correre a Milano, sapendo che l’ambiente è tendenzialmente ostile?
O anche cosa ci spinge ad andare a cercare delle maratone lontane? E non dico solo New York (che è stata trasformata in una tappa obbligatoria per il podista), ma anche Amburgo o Barcellona o Praga.

Partendo da questo quesito, ho scorso le “mie” maratone e quella che torna con una strana frequenza è proprio Treviso, domenica prossima sarà la mia quinta edizione.
Certo la prima risposta, quella più immediata, sta nelle origini venete della mia famiglia (anche se Venezia, mia città natale, dovrebbe essere la numero uno).
Poi c’è il fascino di una gara organizzata benissimo, in continua crescita, supportata da una promozione che dura un anno.
Quest’anno si aggiunge anche la triplice partenza con il tricolore formato a Ponte della Priula in occasione del 90esimo della fine della prima guerra mondiale (che in quei territori si è combattuta).

Ma credo che il fascino maggiore per me stia nel rovello del collezionista. Ho corso tutte le edizioni ed ognuna ha significato qualcosa di speciale…
2004: prima edizione, il fascino della scoperta. Una maratona corsa con la bandiera spagnola appuntata sul petto per celebrare le vittime dell’attentato di Madrid (del giorno precedente). Alcune pecche organizzative in zona arrivo che fanno dimenticare il grande sforzo. E’ la prima maratona gratuita di cui si è mai sentito parlare.
2005: seconda edizione: la corsa di Mike. Una maratona corsa in compagnia di Michele Pavan, amico non vedente e compagno di centinaia di chilometri di allenamento. L’organizzazione – già ottima – è migliorata tantissimo. C’è la possibilità di donare il rimborso della quota di iscrizione.
2006: terza edizione: il personale. Venuto quasi per caso, grazie ad un periodo d’oro in cui tutto girava bene. La maratona è splendida, nonostante la partenza di Vittorio Veneto sia stata a tratti benedetta dalla neve.
2007: quarta edizione, la rivincita. Una maratona fatta dopo oltre sei mesi di stop forzato a causa dell’ernia. Finita metà correndo e metà camminando in quasi 5 ore.

Come tutti i maratoneti possono testimoniare, l’esperienza della maratona amplifica le sensazioni, le incide in modo indelebile nella nostra memoria, nel nostro vissuto.
Appare dunque chiaro che il fascino di una maratona (per quanto possa offrire) starà sempre nel cuore di chi la corre.
E sono proprio queste ragioni del cuore a guidare la nostra scelta, a riportarci a percorrere le strade di Milano, a farci volare lontano, a riportarci per la quinta volta a Treviso.
Franz

Ventisette, giorno di paga #04.08

Inserito da Franz Rossi il 27/04/2008 alle 22:39 nella sezione storie

Partecipazioni informatiche

Devo dire che sono sempre più colpito dalla partecipazione a vario titolo nel nostro sito.
E’ qualcosa che è cresciuto negli ultimi mesi in modo sempre maggiore e, per quanto mi riguarda, insperato.
E’ iniziato come un semplice “notiziario” delle attività, ma poi è diventato un momento di incontro, una sede virtuale per il nostro Club.
E anche un modo per darsi appuntamento per le prossime gare o per i prossimi ritrovi, è un modo per condividere le proprie sensazioni e attraverso le sensazioni degli altri motivarsi.

Un bellissimo caso è quello della squadra di Triathlon, il tri Road, appunto.
La squadra c’è ed ogni componente è appassionato alla multidisciplina e questo entusiasmo contagioso sfrutta tutti i canali per diffondersi.
Certo c’è il Capitano che tiene un regolare “bollettino” via email. Ma gli altri rispondono, e rispondono, e rispondono…
E’ una specie di virus che ha invaso il nostro sito: le fototeche, i filmati, i messaggi, le gare.
Qualcuno la potrebbe persino vedere come un’intrusione esagerata, un appropriarsi di spazi comuni.

Per me, invece, è un fantastico esempio di partecipazione, seppur informatica, è un modo di restare in contatto e di creare un ambiente piacevole.
Il gruppo esiste, anche al di fuori del sito, e partecipa più di ogni altro alle manifestazioni organizzate dal Road.
E porta con sè anche un piccolo gruppo di supporter, e alle cene, alle trasferte o ai ritrovi ci sono sempre più persone di quelle che gareggiano.
Naturalmente il merito non è del sito, ma di chi il sito usa.
E quindi ecco il mio invito a partecipare anche a tutti gli altri.

Proporrò al consiglio di dedicare un giovedì del Road ai piccoli trucchi per spiegare come sfruttare al cento per cento le possibilità del nostro sito e, magari, dalla maggior presenza virtuale, riusciremo a realizzare una maggior presenza reale.
Franz

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