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Il Monte Stella

La Montagnetta (maiuscola obbligatoria) è un luogo dell'immaginazione.
Non nel senso che non esiste ma in quanto rivestita da un'aura di fantasia da parte di coloro che la popolano.
Iniziamo con dire che non si tratta di una vera montagna o collina, è un cumulo di macerie prodotte dai bombardamenti della II guerra.
Accumulate nella frenesia della ricostruzione e trasformate poi in un parco cittadino: una metafora dello spirito meneghino.

Le pendici della Montagnetta

La Montagnetta, dicevo, è un luogo dell'immaginazione.
Ci sono i proprietari dei cani.
Dalle 5 di mattina a sera inoltrata li incroci su tutta la Montagnetta, scortati dai loro amati quattrozampe, intenti a commentare a gruppetti l'ultima delibera comunale su igiene pubblica o ordinanza su museruole.
Hanno educato le loro bestiole a convivere sui pendii erbosi: gli alani e i dalmata passeggiano e giocano con i pitbull o i bassotti.
Fuori da qui magari si sbranerebbero, ma la Montagnetta e' terra di nessuno, vige la tregua perenne.

Poi ci sono le famiglie filippine (e di molte altre etnie).
Sono frequentatori della Montagnetta solo la domenica (meglio se con il sole).
Arrivano su furgoni che durante la settimana usano per lavorare.
Squadre organizzatissime di decine di persone montano impianti stereo, campi da volley, grigliate da catering professionale.
Organizzano barbecue e feste danzanti, invadono l'aria di odori di cibo e suoni latino americani.
Coinvolgono con la loro allegria di transfughi nostalgici di un paese che ricreano in Montagnetta.
Lasciano dietro loro pile ordinate di bottiglie di Heineken e l'appuntamento al prossimo weekend.
Un'ordinanza comunale nel 2005 li ha scacciati, ma la partita è aperta...

Poi ci sono i ragazzi alternativi (sforzandosi di etichettare tutti quelli in fuga da etichette).
Li vedi con gli occhi persi mentre si bucano scappando dalla Montagnetta alla ricerca di un'altra Montagnetta.
Oppure nei momenti di felicità mentre amplificano i ritmi anomali dei loro cuori su strumenti a percussione.
Oppure, finalmente in coppia, rubano un po' di intimità al gruppo, nascosti all'ombra degli alberi della Montagnetta.

Poi ci sono i bikers (mountain bikers, of course).
Sfrecciano lungo la Montagnetta su tracciati che solo loro immaginano, lungo discese impossibili o salite spezzagambe.
Come i funghi aumentano dopo una giornata di pioggia, eccitati dal fango che dona brividi e sforzi extra.
Sbucano all'improvviso, saltando giù da un muretto, attraversano la strada e spariscono nel bosco: non sono neppure certo siano reali.

Infine ci sono i runners.
Siamo centinaia e abbiamo i nostri percorsi strategici, con nomi in codice sconosciuti agli altri (il mitico percorso Cova, ad esempio).
Conosciamo la Montagnetta in termini matematici: la salita da 260 metri, il giro da 1,3 km e cosi' via.
Anche noi risentiamo della stagionalità.
Raddoppiamo prima della Stramilano o della MilanoMarathon, decuplichiamo subito dopo le feste mangiarecce e prima della stagione del costume da bagno.
Ci illudiamo che lo smog che ricopre Milano si fermi rispettoso ai margini della Montagnetta.
Rispecchiamo, in piccolo, l'universo mondo dei runners.

Beh, la Montagnetta è questo e molto di più:
mattine nebbiose in cui ti regala l'arrivo in cima con vista sulla Madunina,
serate estive con vista sui concerti di San Siro,
silenzi magici dopo una nevicata,
primavere fuori stagione appena il sole diventa un po' più caldo.

Amico runner, per me la Montagnetta è tutto questo.
Certo, non può competere con le valli del Monte Bianco e neppure con i boschi profumati della Liguria.
Ma chi si accontenta gode. E l'amata Montagnetta rimane uno dei posti dove amo di più sudare le proverbiali sette camice.

Buone corse
Franz




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